1941 – Galleria Genova, Genova

(con Luigi Broggini)

Bottega degli artisti di Corrente, Milano

VALENTI VISTO DA ANCESCHI, JOPPOLO E PIOVENE

Da Valenti ci s’aspettava – ma non forse in un misura cosi certa – questa d’oggi affermazione rigorosa d’una raggiunta sicurezza nell’esercizio dei suoi mezzi e delle sue possibilità. Tra i pittori di Corrente, Valenti era apparso sempre dei più acerbi: un interessantissimo pittore in formazione con un temperamento da « piccolo maestro»; ma gli mancava la voglia, o il tempo, o la condizione favorevole per impegnarsi, per andare fino in fondo. Qualcuno era giunto a dubitare perfino – e sarebbero queste le « censure » intime meno facili a spezzare – a dubitare perfino d’una troppo deliziata morbidezza o anche d’un limite invalicabile del suo tempo nascosto per un compiaciuto circoscriversi a forme minori e gentili: un vago impressionismo intelligente e colto ( che s’ arrischiava talora in acute ricerche di chiaroscuro tonale) finiva col risolversi in modi gracili troppo dolci, in un linguaggio troppo debole e incerto al servizio di una poeticità di svanimenti in una fantasia estrosa, un po’ ironica, e nervosa. Con questa mostra credo che non rischierebbe troppo chi osasse schiettamente affermare che questo dissimulato « invito al viaggio nella pittura » si è oggi finalmente risolto in una raggiunta e approfondita e- sperienza del mestiere – per la fantasia. Cordialmente, si deve riconoscere la riuscita di uno sforzo pieno di rischi: Valenti ha spezzato il limite di un suo gusto garbato e strano, ma minore, – in un uso tutto di superficie del colore – per un metro lento e profondo, per la via certa della sua intima educazione: « par des nerfs ultrasensibles » – ma ancora i nervi non sono che una metafora – Valenti in modi in cui la natura vive in forme stupende e inquietissime idoleggia un suo paesaggio di fantasia in un sentimento assolutamente lirico del colore: pittore, dunque, di fantasia, con tutti i pericoli dall’illustrazione al geroglifico, Valenti indica il pieno dominio di questi suoi approfonditi mezzi espressivi dapprima in un Nudino del’40 non sai più se prezioso o immaginario, un «operetta », diremmo con un paragone letterario, per un educato senso del linguaggio antico e nuovo; poi in questi suoi Pazzi dell’Isola, d’un incanto così agitato; nella composizione Per una poesia di Tobino, con certe ormai vaghe e tutte risolte aspirazioni ad una illustrazione superiore; infine nei sensibili ed affrancati suggerimenti dalla Gaia Morte: e non disponga al sospetto il gusto della traduzione da temi letterari in un pittore cosi intelligente, che è anche, poi, capace di prove cosi libere e certe e fatte d’una legge tutta croma-tica, come le sue Nature morte e !’ accesa e fortissima Maschera blu. In questo senso di una rivalutazione lirica del colore in forme aperte e inquiete per un’esprssione violenta dei modi della fantasia, in questo senso di un « espressione del colore», Valenti è tra quei pittori che non sono nè mistici, nè ermetici, ma che, contro la freddezza e la castità del classicismo dei primi metri del nuovo secolo, hanno ripetuto un antico richiamo e un’antica lezione. Valenti porta una sua urgenza nervosa ed irritata che s’appaga solo in forme lucide, surnaturali, e il suo colore ha degli scatti abbaglianti.

LUCIANO ANCESCHI

A Italo Valenti artista noi abbiamo attribuito sempre e solo tormentate esperienze prive di ogni possibile compromesso. Lontano dalla banalità che fa ripudiare impressionismo ed espressionismo in nome di un assolutismo, all’impressionismo ed all’espressionismo negato, ma che d’altra parte non si proietta in una posizione di particolare conquista classica nel senso logico che la parola – classico – ha (aderenza tra forma e contenuto, forma nuova assoluta per contenuto nuovo, quella forma e nessun’altra possibile), anzi si acceca in un ritorno a forme prestabilitamente classiche nel senso più corrente e più ingenuo (for-ma a priori da applicare a ogni contenuto, quindi neo-classico con tutte le ingenue conseguenze); lontano dal vizio di male intonata ingenuità di perdersi con un farneticare cieco dietro l’impressionismo e l’espressionismo come se oggi, dopo un secolo, lo si dovesse solo capire e scoprire al mondo attonito che ne è ormai invece imbevuto sino al midollo spinale; lontano dalla pigrizia mentale e spirituale di trovar comoda la convinzione che l’umanità pittorica non possa andare oltre; troppo colto del passato e del presente per non sapere che ogni epoca ha valore poiché contiene i germi di altre epoche ma che queste altre epoche non hanno funzione articolare se non sviluppano i germi andando oltre e creandone altri; troppo cosciente per non sapere che ogni parola nuova ha radice nelle parole vecchie e che quindi un fatto surrealista, metafisico, astratto, non può essere rifiutato perché è un fatto nuovo e va quindi accettato, ma d’altra parte non può nascere se non come conseguenza d’un classicismo, d’un romanticismo, d’un impressionismo, d’un espressionismo; Valenti che da un fatto strettamente accademico ha salito il calvario dell’esperienza senza rassegnazione è oggi giunto con i quadri che espone a dare un’idea di come all’assoluto, alla linea, all’astratto-(intendiamo – astratto – l’espressione linea-ultima che non conosce una pur minima possibile sostituzione) egli vi arriva per un suo libero – classico astratto – nella elaborazione del mondo come colore e forma, considerando il passato umano pittorico altrui solo esperienza, ma mai conquista propria dietro cui delirare come si trattasse di vita inventata da noi.

BENIAMINO JOPPOLO

Le prime prove di Valenti nelle mostre di Corrente, un paio d’anni fa, testimoniavano un ingegno che, accettati genericamente certi presupposti stilistici e polemici del gruppo ( e su questi non credo che occorra insistere ancor oggi) si distingueva per un’indole piuttosto tenera che aspra, idillica e torbida insieme. Erano quadri in cui il soggetto, la tentazione, si direbbe, sentimentale e letteraria, non erano respinti, ma accettati con docilità. E i soggetti erano le coppie lunari degli a-manti, che camminavano tra i toni verdi e gli azzurri, o volavano al- lacciati; erano cani spersi in una piana solitaria, gruppi di giovani bagnanti, bambine dai capelli rossi, pazzi in un’isola deserta; e immerso questo in un colore denso, poco schiarito segno di un’animo a cui ripugnava staccarsi dall’ancora inespresso e impoverirsi nella forma. Nonostante quel suo dipingere soggetti carichi di significato, Valenti era lontano da ogni tendenza illustrativa. I suoi soggetti appartenevano sempre ad una astratta intimità; facevano parte di quella allegoria dell’incosciente, che nei tempi moderni sostituisce l’allegoria ragionata. Tutto ciò era portato nello stile di Corrente, che è stato definito «espressionismo del colore». Dall’indole media del gruppo, Valenti si distingueva per la sua maggiore mollezza. A primo sguardo si avvertiva un temperamento voluttuoso, e si presentiva il pericolo: che la sua arte si esaurisse in una pigra compiacenza per gli stati d’animo morbidi e per le immaginazioni stagnanti. Il colore tendeva, in qualche caso, a diventare simbolico, anziché pittorico; quasi che bastasse al pittore soddisfare con l’arte una immediata e egoistica necessità espressiva.
Bisognava dirlo perché questo spiega il motivo della nuova fase in cui è entrata la pittura di Valenti e anche la qualità dei suoi migliori risultati. Questa mostra, con quella da poco tenuta a Corrente, rappresenta, mi sembra, non solamente la rivelazione di un nuovo temperamento di pittore, che è sempre cosa precaria, ma la vittoria sui pericoli di quel temperamento, il primo superamento di una crisi che ognuno porta inevitabile nelle sue stesse qualità: dunque l’entrata su un ter-reno, per cosi dire, collaudato e sicuro. Da ora possiamo guardare all’opera di Valenti con assoluta fiducia. In questi mesi di lavoro, egli si è prefisso per compito un incontro col vero (intendo il vero nel senso più usuale che si dà ad esso nel mestiere pittorico) che ogni pittore risolve diversamente, ma che nessuno può eludere, se non vuole che la sua arte finisca dopo una prima effervescenza. L’incontro col vero di Valenti significa soprattutto approfondire e macerare il colore.
L’effetto si vede già ora, e più si vedrà nel futuro. La sua indole priva di crudeltà, senza durezze, piuttosto fiorita che ignuda, che prima si rifletteva nell’incanto delle sue fantasie, approfondendosi diviene cagione del suo linguaggio, determina la tecnica, si trasforma tutta in pittura. Lo si vede dal colore, ricco e sensuale. L’espressionismo del colore prende in Valenti, che è veneto, un gusto di pittura veneta, e si risolve in una nuova forma, moderna e tormentosa, di colorismo.
Le ultime nature morte, corrispondono a questa fase molto importante della pittura di Valenti. Tutto in esse è dipinto, e tutto è dipinto a fondo. Dentro lo schema di Corrente, Valenti va tramutando in dovizioso colorismo la dolcezza nativa del suo temperamento. Alcuni quadri sono tappe raggiunte, risultati già pieni. Pochi pittori giovani saprebbero oggi raggiungere risultati pittorici intensi come La statuetta bianca, I vasi gialli, La maschera blu, Calendole. La fantasia di Valenti acquista una intera libertà pittorica da questo serrato incontro col colore e col vero.


GUIDO PIOVENE.